Carosino ha ricordato l’altro ieri con una sentita cerimonia pubblica, organizzata dalla vulcanica Donatella Stasi, presidentessa dell’ANCR sez. Carosino, il concittadino Tenente dei Bersaglieri Francesce Occhinegro, caduto nel corso della prima guerra mondiale nella battaglia di Caporetto.

Fu, quella, una delle battaglie più sanguinose in cui gli Italiani pagarono forse il prezzo più pesante in ordine di vite umane e di onore patrio. Il giovane tenente nativo di Carosino, medaglia d’argento al valore militare, cadde valoroso al comando della sua Batteria Sbarre sul campo di Luico, un centro abitato che si trova nell’attuale Slovenia (1,9 kilometri dal confine italiano, nell’alta val d’Isonzo). Vittima, probabilmente anche lui, oltre che degli austroungarici e dei tedeschi, di comandi italiani sbagliati e ordinati da superiori inflessibili e di vecchio stampo, che capeggiavano in più un esercito inadeguato e mal composto. Era un’armata di circa 5 milioni di non professionisti della guerra ma di “richiamati”, per lo più braccianti agricoli e contadini la stragrande massa provenienti dal sud e impiegati pressocchè come fanteria in luoghi d’altura e tra spuntoni e alture rocciose poco conosciute: Si pensi inoltre che la statura media di questi uomini non superava 1,60 e il loro fucile ’91, con la baionetta in canna, misurava oltre 2 metri. Francesco Occhinegro classe 1896, partì con questo esercito e questi comandanti su quel fronte sconosciuto ma in suolo patrio, arruolato nel 20° bersaglieri, 71° battaglione, 292.ma compagnia mitraglieri. Un baldo e gioviale ragazzo era Occhinegro, pieno di ardore, entusiasmo e, come lo può essere la vita di ogni diciottenne, era un sognatore impavido, racchiuso in quel radioso ideale dei giovani di quel periodo di guerra, ansioso cioè di onorare la patria e morire, anche, per una più grande Italia. Il suo sogno, almeno di ufficiale e combattente bersagliere del regio esercito italiano si concretizzò, purtroppo, in quel fatidico assalto del 25 ottobre del ’17.

Ma di Franco, come usualmente e familiarmente amava chiamarsi, a distanza di 100 anni dalla sua vita donata alla patria, piace qui ricordare anche il suo animo gentile e sensibile di poeta, di scrittore e giornalista (direttore di La Luce Nuova prima e corrispondente della Voce del Popolo poi).

Chissà che forse, se non ci fosse stato il disastro della guerra mondiale a travolgere con la sua furia un’intera generazione di giovani italiani, gli studi letterari di Francesco Occhinegro e della sua insigne penna, ce lo avrebbero consegnato alla Storia non come un eroe di guerra ma come un sensibile e abile intellettuale carosinese.